PsicologiaSviluppo personale

La paura della paura

By 5 Novembre 2020 No Comments

Paura: chi sei? Un’emozione primaria che permette all’uomo di reagire quando la sua vita è in pericolo. Ha quindi funzione di garantire la conservazione dell’essere umano. Da “paucere”: diminuire, diventare piccolo. Con il termine paura si identificano stati emotivi di diversa intensità: timore, apprensione, preoccupazione, inquietudine, fino alla patologia come fobia e panico. La paura è un’esperienza soggettiva, ma i sintomi sono più o meno simili in tutti gli esseri umani: respiro affannoso, battito accelerato, tremito, intensa sudorazione, occhi sgranati, tensione muscolare, secchezza delle fauci, alterazione della voce, adrenalina in circolo: chiunque riconosce subito i segnali corporei della paura. La conseguenza è un senso di spiacevolezza e un intenso desiderio di evitamento nei confronti di un oggetto o situazione giudicata pericolosa. 


Temuta e malfamata, la paura in realtà è necessaria alla sopravvivenza, perché induce le risposte adattative di allarme di fronte all’incombere di un pericolo” (Ferraris). Si esperisce quindi la reazione primordiale di ATTACCO o DIFESA.


Riflessione moderna. Quando l’essere umano è in pericolo di vita nel 2020? Quando siamo in macchina e un autobus ci viene addosso? Quando un delinquente minaccia la nostra vita con una pistola? Quando si ha una malattia mortale? E quando accade tutto ciò? Forse mai, forse 1 o 2 volte nella propria vita, o per i più avvezzi al suicidio 5 o 6 volte. La certezza è che non accade tutti i giorni, effettivamente non viviamo nelle caverne e non rischiamo quotidianamente la sopravvivenza per pranzare e cenare…. Un quesito interessante: quando e in quale occasione specifica sperimentiamo la paura?

Quasi mai quella reale, spessissimo quella irreale. La difficoltà vera e propria nasce nel momento in cui l’emozione della paura scatta anche quando non vi è necessità, cioè non vi è un pericolo realistico. Il cervello registra che la nostra sopravvivenza è in discussione: ad esempio per gli amaxofobici (paurosi della guida) quando si è in macchina, oppure per gli ipocondriaci (paura di essere malati) quando si è  accanto ad una persona malata. In questi casi la paura diventa ansia, terrore, talvolta si ha la sensazione di un’imminente catastrofe. Al termine di questi momenti ci si ritrova soli, con la propria paura e nessun pericolo: questa è la paura della paura.


 Da cosa nasce la paura della paura?

  • da una rimozione, una repressione effettuata durante l’infanzia ad un istinto giudicato moralmente inadeguato da una persona affettivamente importante. Esempio classico, il bimbo scoperto a toccarsi il pisellino, la mamma lo vede e lo sgrida intensamente. Il bimbo da quel momento vivrà l’istinto dell’eros come qualcosa di spaventoso, perché investito dall’adulto di un significato spregevole e soprattutto perché internamente sentirà che la propria sopravvivenza è in discussione. È come se l’adulto dicesse: “o ti adegui alle mie regole o non ti amo più” che nel linguaggio infantile vuol dire “non mi occuperò più di te quindi morirai”. Da quel momento quell’istinto diventa il nemico numero uno e ogni volta si ripresenterà, verrà interpretato come pericolo di morte. Ciò comporta fobia, panico.
  • dai memi: immagini che si inseriscono nel cervello organico saltando da un cervello all’altro, diventando prioritarie e orientando le emozioni dell’ospitante. “..Unità di base per la diffusione di idee, cultura, stereotipi. Questa idea, una volta collocata in un cervello che la ospita, influenza gli eventi in modo tale da creare altre copie di se stessa o variabili strutturali” (Brodie, Dawkings, Blackmore). È ciò che accade quando un simbolo crea emozione: la croce, la bandiera, ecc. Esempio di questi mesi è data dalla parola “contagio” a cui ormai si associano immagini di quarantena, ospedali, medici, pazienti, morti. Queste immagini si sono inserite nel nostro cervello e lo stimolano proprio come quando vediamo un film e viviamo emozioni di paura. Pur trovandoci in una situazione controllata (mascherine, guanti, distanza) il senso di insicurezza e pericolo vince sulla realtà. Telegiornali e radio inviano costantemente memi diffondendo attraverso un modello stile virus, il contagio delle informazioni stesse, che dirigono le emozioni degli utenti. Da qui la massa, che ha subito i memi e se ne fa portatrice, orienta in modo autoritario i comportamenti sociali di chi è parte della massa stessa, diventando il carceriere.

PSYCH-WHY: I MEME, così famosi e virali, ma perché?

Il termine “meme” è un neologismo costruito in analogia al termine “gene”, che indica l’unità minima di trasmissione dell’informazione biologica relativa ai somatotipi, ai corpi biologici. Ebbene, come il gene trasmette informazioni sulla struttura biologica da una generazione all’altra, così, il meme trasmette da una generazione all’altra unità di informazione culturale, cioè valori più o meno consci e i loro relativi schemi comportamentali (Dawkins)

I memi si possono definire i geni di una cultura, tramite questi l’uomo impara e ha imparato determinati comportamenti legati alla sopravvivenza, che non possono essere spiegati attraverso le teorie evoluzioniste (Dawkins). 

Essi hanno come caratteristica principale quella di essere replicati facilmente e infinitamente. Ovviamente, come la cultura, anche i memi si evolvono e si adattano, mutandosi in memi più adeguati, più efficienti per la società in cui si vive. A volte invece degenerano, come succede nel gioco del telefono senza filo: l’informazione incorretta viene tramandata per generazioni , influenzando l’idea di un popolo, come ad esempio credere che la medicina tradizionale non sia più valida… 

Per quanto riguarda le famose e popolarissime vignette pubblicate sul web, spesso rimandano a comportamenti con cui vasti gruppi di persone si identificano, legandosi a modi di agire stereotipati o addirittura tossici, facilitandone l’associazione con idee e atteggiamenti propri. Ritroviamo spesso memi legati alle tematiche dell’ansia, dello stress da lavoro correlato fino all’abuso di droghe. Ci identifichiamo con essi, contribuiscono alla costruzione di una rappresentazione mentale di noi, permettendo e permettendoci la collocazione all’interno di un gruppo sociale. Tutto ciò ricorda l’importanza dell’essere umano a sentirsi (sempre) parte di qualcosa.


Chiudiamo commentando il Prof. A. Meneghetti ….. quando racconta che se accade un fatto la cui conseguenza crea il trauma, con un po’ di tempo lo si supera, in quanto c’è reversibilità tra l’esperienza paurosa e il fatto accaduto. Un esempio esplicativo viene dal mondo animale: quando un uccello rischia la sopravvivenza perché tra gli artigli di un falco, da cui poi riesce a scappare, dopo pochi minuti si riprende e torna a fare la sua vita. “…Invece non si può condurre una cura su un’immagine che traumatizza il soggetto ma non è reversibile con il fatto reale, perché manca l’elemento dove fare chirurgia, manca l’atto, il contatto, cioè più si cerca di analizzare per aiutare e più si rinforza l’immagine”.


La paura della paura è un’esperienza che l’individuo vive quando sposta la propria responsabilità sull’esterno: la malattia, il cattivo, l’auto, ecc. Facendosi piccolo e accusando l’esterno si auto-giustifica, salva se stesso, tentando di immettere benevolenza nell’interlocutore. Ciò avviene perché la persona non si è preparata abbastanza, non ha sviluppato l’adultità di parti di sé, rimaste agganciate all’ingiustizia subita. Non prende cioè in carico se stesso, resta infantile rispetto alla necessità della razza umana di crescere sempre. Non si è centrati sulle proprie esigenze esistenziali, per pigrizia o superficialità a livello conscio o inconscio. L’essere umano deve ritrovare la reversibilità con la realtà attraverso la conoscenza di sé, altrimenti resta schiavo dei memi, delle macchine, che lo renderanno marionetta e non protagonista di un’esistenza che è già sua. Scelta costante e volontaria di vivere o morire.