Pubblicato su: La Voce di Reggio

Da: Chiara Volpicelli

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Gentile dott.ssa, mi relaziono spesso a gruppi di lavoro e vivo sulla pelle le ostilità di un’unica entità che non accetta ciò che dico. A volte ho la sensazione che mi dicano di no, al di là dell’utilità o meno di ciò che propongo loro. È una mia impressione o corrisponde alla realtà?

Caro lettore, il gruppo è una vera e propria entità con un’anima e una modalità di pensiero. Wilfred Bion, uno dei protagonisti nello studio delle dinamiche inconsce dei gruppi, ha osservato e descritto scenari che fanno riferimento a quello che lei racconta: ogni gruppo si riunisce per il raggiungimento di uno scopo, che determina l’orientamento mentale e il funzionamento del gruppo stesso. Se da una parte il gruppo fornisce supporto, coraggio, stimoli, dall’altra pone “resistenze” che possono ostacolarne il funzionamento. Bion ha individuato una modalità inconscia e automatica del pensare all’interno del gruppo, come se ci fosse costantemente un conflitto interno: vogliamo crescere e svilupparci attraverso il raggiungimento di un obiettivo ma contemporaneamente ci difendiamo dalla possibilità che tale raggiungimento disgreghi il gruppo stesso, che in qualità di anima unica “vuole” sopravvivere.

I meccanismi di difesa del gruppo. Bion chiamò “assunti di base” le motivazioni che scatenano le resistenze: vere e proprie difese adottate dal gruppo nei confronti dello sviluppo che ostacolano l’attività attraverso forti tendenze emotive. Tendenze che si possono strutturare in: assunto di base di dipendenza, di attacco-fuga e di accoppiamento. Il primo descrive la situazione secondo cui il gruppo si riunisce allo scopo di dipendere da qualcuno o capo, da cui ci si attende e può fare tutto (metaforicamente questo appare al gruppo come un dio che viene sempre più idealizzato, il quale può risolvere tutti i problemi e nel quale vengono proiettate molte aspettative). Il secondo descrive la presenza di due o più persone (di solito una coppia) che dominano la situazione e il resto del gruppo che si stringe intorno ad essa, in quanto vige la speranza che questi riescano a risolvere i problemi attuali degli altri membri attraverso un intervento soprannaturale o di tipo divino (ad esempio, l’attesa del Messia, l’attesa di una rivelazione di tipo messianico). Sia esso una persona o un’idea, l’importante è che sia rivelatrice, la speranza è ciò che tiene in vita questo tipo di assunto di base. Infine il terzo, caratterizzato da una convinzione globale del gruppo che esiste nell’esistenza di un nemico dall’esterno da cui difendersi: o evitarlo attraverso la fuga o affrontarlo attraverso l’attacco. In definitiva tutti gli assunti di base hanno la funzione nel gruppo di impedire qualsiasi processo maturativo e costruttivo.

I ruoli inconsapevoli all’interno del gruppo. Per risponderle, riprendo qui alcune considerazioni svolte in passato. Nelle esperienze più comuni tra i lavoratori, vi è l’aver interpretato un ruolo non scelto all’interno di un gruppo. Accade ad esempio che, cambiando mansioni e acquisendo responsabilità, ci si “avvicini” a persone che abbiano lo stesso ruolo, fino a creare una vera e propria classe, riconoscibile dal modo di fare. Come una rete all’interno della quale i nodi sono ruoli che il gruppo stesso ha stabilito per assicurarsi la sopravvivenza. Il gruppo è infatti un’anima a sé, che combatte per rimanere in vita. Ogni nodo è legato all’altro da un filo invisibile, una intenzionalità inconscia che si condivide con gli altri membri (ad esempio “tutti contro il capo”). Un vero e proprio strumento di passaggio di informazioni tra i nodi, cioè le persone. Tra i ruoli che il gruppo richiede, ci sono il leader, il carismatico che trascina il gruppo; il nuovo arrivato, che silenziosamente studia il contesto per poi immetterne novità cambiando le dinamiche interne; il capro espiatorio, che inconsapevole e ad insaputa del gruppo, assolve una funzione protettiva; il clown, che allenta le inevitabili tensioni di gruppo attraverso l’ironia; il bastian contrario, che non è mai d’accordo ed esalta gli aspetti negativi usando la polemica come mezzo per scaricare l’aggressività del gruppo. Si immagini un tavolo con le sedie occupate da tutti, tranne una, vuota, ed una persona in ritardo. Dove andrà a sedersi? Sulla sedia libera, dando per scontato che sia il suo posto. Non si chiederà mai il risultato di un’altra posizione. Questo dare per scontato è causato dalla forza del gruppo, che per sopravvivere necessita che tutti siano “al loro posto”. Chi entra occuperà dunque il primo posto, vuoto, cioè il ruolo, senza scegliere: seguirà il dictat senza porsi domande e interpreterà uno dei ruoli sopra indicati, in quel momento funzionale alla gruppo stesso, perdendo momentaneamente la propria identità. In quest’ottica è fondamentale conoscere le dinamiche del gruppo perché la consapevolezza permette l’autonomia dell’individuo, ed evita l’essere invece un burattino.